Intervista a Baldo Salvoni

“ADESSO STA A VOI NON RIPETERE GLI STESSI ERRORI”

Il Mondo di oggi presenta una realtà diversa da quella di un tempo. Viviamo in una “dimensione alternativa”, in cui tutto è scontato, criticato, svalutato. Eppure non è sempre stato così. Una volta, infatti, si apprezzavano valori e situazioni che oggi risulta difficile capire o concepire. L’unico tesoro che abbiamo è la memoria, quel bagaglio d’esperienza a cui possiamo sempre attingere, grazie a certe persone. Una di esse è proprio Baldo, da cui mi sono recato per informarmi sulla vita prima, durante e dopo la guerra. Quei suoi occhi azzurri, intrisi di emozione nel ripercorrere una “sincera memoria”, mi hanno stupito durante tutta l’intervista, quasi si fossero accesi mentre mi raccontava i suoi ricordi.

 

Baldo, La ringrazio per la Sua disponibilità. Mi dica qualcosa sulla vita di allora, prima del passaggio della guerra… lo studio, i rapporti che aveva con la famiglia e con i suoi amici di Chianni, i passatempi, lo sport...

Lo studio… eravamo ovviamente in posizione non agiata, in quanto abito a 30 Km da Pontedera, unico centro più vicino nel quale era possibile istruirsi. Negli anni ’30 esso non era obbligatorio, ma comunque i più privilegiati erano i maschi: le donne spesso venivano lasciate a casa per erudirle nell’arte delle faccende domestiche. Era una realtà in cui la miseria imperversava e quindi, di solito, i dottori ed i professori del tempo provenivano soprattutto dalle famiglie più agiate; non mancavano le persone che, pur di studiare, andavano dai Salesiani per un titolo di studio. A quel tempo i mezzi di trasporto di consuetudine erano soprattutto bicicletta e cavallo. Purtroppo, spesso si doveva fare affidamento solo ai nostri piedi e alle nostre gambe, per questo molti smettevano di studiare. Dopo la quinta era consuetudine smettere di studiare, e nel caso mio, nel ’39, eravamo solo in tre ad andare a Pontedera; io frequentavo l’Itis e ogni giorno dovevo fare 50 km con la mia bicicletta, sempre, anche d’inverno, sia a ciel sereno che sotto la pioggia, poiché non ero in grado di fare l’abbonamento del pullman e poiché i turni non erano adeguati agli orari scolastici (l’andata era alle 6:30, il ritorno sarebbe stato verso le 8:00). Le macchine erano costose, non se ne vedevano molte: di rado vedevamo un tassì dalle nostre parti. In campagna non esisteva la luce: per illuminare la casa per studiare usavamo lampade a gas o a pile; l’acqua si prendeva da pozzi e i telefoni erano pochi e complicati da usare, parlando di tempistiche. Anche i giovanotti e le giovanotte del tempo andavano a ballare, ma era tutto più semplice. Venivano organizzate delle feste in cui si danzava con il giradischi o con la fisarmonica. I passatempi erano pochi: a quel tempo, l’accesso al bar era vietato ai minori di 18 anni. Ci arrangiavamo da noi e giocavamo come si poteva; si stava insieme, si parlava e ci divertivamo con niente, ma eravamo felici lo stesso. Chi poteva economicamente andava a caccia, è sempre una questione di soldi. Per quanto riguarda lo sport, il Fascismo faceva fare tanta ginnastica; io, quando facevo educazione fisica, dovevo fare tutto il corso a piedi, perché la palestra era al vecchio campo del Pontedera, il Marconcini, là dove ora c’è la questura.

 

La guerra? Quando l’ha sentita la prima volta? Cosa ha pensato o provato?

Nel ’41-’42 l’Italia entrò in guerra. Sentii la notizia alla radio, ma mai avrei pensato che il concetto di guerra fosse quello che poi avrei vissuto. Pensavamo che si sarebbe combattuto in Africa o in altri Paesi, ma non in Italia. Le poche notizie si sentivano alla radio, ma con un regime totalitario quale era il Fascismo, erano sempre sottoposte ad una rigida censura e quindi non attendibili; nel giornale avveniva lo stesso, non c’era la libertà di stampa. Se volevi sapere come veramente stavano andando le cose, dovevi sintonizzarti sulla famosa “Radio Londra”, ma ciò era severamente vietato; bisognava non farsi scoprire, altrimenti si sarebbero passati guai seri. Più che il tempo passava, più si potevano sentire i già tangibili segni della guerra; verso il ’44 iniziò il tesseramento dei generi alimentari e l’arrivo degli sfollati delle grandi metropoli che avevano ben pensato di rifugiarsi in campagna dai bombardamenti sulle nostre città. Iniziava a mancare tutto e a circolare le carte “annonarie” per tutti i generi alimentari; ricordo ancora mia madre quando diceva che non aveva fame per darmi la sua fetta di pane, un fatto, che nonostante il tempo, rimarrà sempre indelebile nella mia mente. Quando cominciavano a iniziare i bombardamenti, ovviamente, si sospesero tutte le attività scolastiche. La Piaggio iniziò a trasformarsi in azienda bellica, adibita alla costruzione di quadrimotori.  Si incominciò a dover pensare come salvarci dalla guerra, poiché sapevamo ormai che sarebbe arrivata anche da noi. Ogni famiglia pensava per conto suo e si costruivano dei rifugi fatti in vari modi: il mio era scavato all’interno di un argine, quello di mia moglie era una specie di trincea, fatta in un botro. Dovevi stare sempre lì dentro, nascosto, per non farti avvistare dalla cosiddetta “cicogna americana” che in caso di movimenti a loro sospetti avrebbe potuto diventare assai pericolosa; eravamo una decina di persone in pochi metri quadri, con un bimbo piccolo, e la situazione non faceva che peggiorare. Se mancava qualcosa, dovevi tornare in paese a prenderla, ma era pericolosissimo. Con l’igiene ci si arrangiava, lo stesso con i bisogni, e andò avanti così per una ventina di giorni. Una mattina decidemmo di uscire per prendere un po’ d’aria; sembrava tutto relativamente tranquillo, anche se sentivamo costantemente tristi rumori di esplosioni e di sparatorie in lontananza. Le donne ne approfittarono per sciacquare le pentole con le quali avevano cucinato tutto questo tempo nel rifugio, e per asciugarle le misero sopra i rami di un albero. Io ero sopra all’argine e stavo vedendo l’aereo che era precipitato qualche giorno prima vicino a Chianni. Sentii un soffio di aria calda passarmi accanto. Era una bomba che finì sull’albero, quel luccichio delle pentole era stato scambiato con quello delle armi. Furono attimi di grande terrore, io mi buttai a terra non pensando ad altro, tra le urla delle persone. Una donna rimase ferita, dovettero amputarle una gamba. C’era una gran confusione nelle nostre teste, non sapevamo che fare. Quando sentimmo che gli americani erano arrivati fu una gran gioia. Mi ricordo sempre la notte prima, c’era una gran processione di macchine e di carri; erano i tedeschi che stavano ripiegando, dirigendosi verso Casciana Terme e riempiendo la strada e il paese di tutte le mine che avevano a portata di mano; molti morirono per questa iniziativa, il primo fu un uomo diretto dal dottore perché sua figlia stava partorendo.
Tutti contenti, stavamo tornando a casa, quando mi accorsi che essa non c’era più; si salvarono solo le reti del letto e una vetrina. Tutto il mio paese era sconvolto dalla guerra, la sua fisionomia era completamente cambiata. Ciò che vediamo oggi è il risultato di ciò che è stato ottenuto da quelle macerie, pesanti quasi quanto il nostro cuore. La mia comunità, come in tutta l’Italia, è riuscita ad uscire dalla guerra grazie a spirito di sacrificio ed a tantissima volontà; il lavoro iniziò a crescere progressivamente e la situazione migliorò piano piano, anche se le razioni controllate dei generi alimentari continuarono anche dopo qualche anno dalla guerra.

 

Un’ultima cosa. C’è un episodio significativo che Le è rimasto in mente da raccontarmi?
Avevo un cervello da sedicenne e me ne rendo conto solo ora quanto abbia rischiato e sbagliato in certi frangenti. Una volta, due giorni dopo il passaggio della guerra, entrammo nel bosco e vedemmo tre tedeschi con una mitragliatrice che sovrastava cento metri di strada giù nella Sterza, verso Miemo. Contammo i buchi delle pallottole che avevano dietro la schiena, evidentemente furono raggirati e presi alle spalle da una pattuglia americana. Sempre in quella zona, c’erano state messe delle mine, ma ce ne accorgemmo tardi: fortunatamente erano anticarro, altrimenti saremmo morti. Fermammo una jeep di americani destinata a salirci sopra e, per ricompensa, ci dettero uno zaino con tanto cibo, tanta acqua e con dei vestiti. Mi ricordo anche un altro particolare: nella località di Rostona vidi dei cadaveri di tedeschi sul lato della strada, con le baionette conficcate nei corpi e i fucili insanguinati; gli americani non c’erano, loro raccoglievano i morti, i tedeschi fuggendo, non ne ebbero il tempo. E in un botro poco antistante da lì, vidi mezzo soldato, la parte superiore di ciò che un tempo era un uomo. Sono immagini forti, ma purtroppo questa è la guerra e queste sono le disgrazie che ci ha portato. Ne abbiamo passate di tutti i colori, fame, sete, dolore, paura. Adesso sta a voi a non ripetere gli stessi errori, a vivere veramente la vita con tutto il rispetto e con tutto il sapore che deve avere. Solo così potrete vivere in un Mondo migliore.

Elia