La risiera di San Sabba
Nella crudele realtà dei grandi campi di lavoro e di concentramento che i nazisti costruirono prevalentemente in Germania, Austria e Polonia, si inseriscono anche poche strutture italiane, usate soprattutto come zone di passaggio; tra queste si distingue per il suo stato di conservazione la risiera di San Sabba a Trieste (in sloveno: Rižorna pri Sveti Saboti). La risiera fu costruita nel 1913 nel rione di San Sabba per la pilatura del riso, ma le sue funzioni cambiarono con l’arrivo dei nazisti; dopo l’armistizio di Cassibile dell’8 settembre del 1943 e le sue conseguenze, il complesso fu trasformato prima in un campo di prigionia provvisorio per i militari italiani, poi, al termine dell’ottobre dello stesso anno, iniziarono a confluirvi i detenuti, insieme con i loro beni, in attesa di essere deportati nei campi di lavoro tedeschi e polacchi. Questi venivano dalla Slovenia e dalla Croazia, ma molti erano anche gli ebrei, i prigionieri politici e gli italiani innocenti; spesso per coloro che vivevano nelle vicinanze, intervenne presso le autorità tedesche il Vescovo di Trieste, monsignor Santin, talvolta con successo e talvolta no. Colui che si occupava dell’amministrazione della risiera era triestino di nascita e ufficiale delle SS. Portava il nome di Odilo Globocnik e vedeva nel suo curriculum anche una stretta collaborazione con Reinhard Heydrich, in virtù della quale era stato nominato responsabile di tutti i campi di sterminio attivati nel Governorato Generale, nel quadro dell’operazione Reinhard, dove trovarono la morte più di un milione di ebrei. Fin dai primi passi che ti trovi a compiere all’interno dell’edificio, percorrendo l’ingresso, ancora oggi ti assale una sensazione di claustrofobia; ti accoglie un corridoio lunghissimo, le strette e grigie pareti avanzano in entrambe le direzioni (orizzontale e verticale) in maniera imponente. Il fatto che questo non fosse un campo di sterminio e che, effettivamente, non sia troppo esteso non esclude che la sua organizzazione fosse minuziosa; difatti si incontrano diverse stanze, ciascuna con un definito utilizzo diverso: c’era una stanza dove venivano ammassati gli oggetti personali, quella dove venivano ammassate le persone destinate a morire in pochi giorni, c’era quella che ospitava 17 micro-celle che potevano contenere fino a sei individui (anch’essi destinati ad una breve vita), vi erano camerate per le SS., uffici amministrativi, laboratori di calzoleria e sartoria, dove venivano utilizzati i detenuti, e infine un edificio di quattro piani interamente organizzato in camerate, dove erano relegati coloro per cui si progettava il trasferimento. È estremamente angosciante vedere oggi fiori colorati sul pavimento del cortile interno, sul quale si affacciano tutti gli edifici e dove prima c’era anche un forno crematorio. Le autorità tedesche compirono omicidi prima con il gas, in seguito per fucilazione o con colpi di mazza alla nuca, e alla fine riuscirono a costruire un forno crematorio sul progetto dell’“esperto” Erwin Lambert. Il forno venne collaudato il 4 aprile del 1944 e distrutto nella notte tra il 29 e il 30 aprile quando i nazisti fuggirono. Questo venne ricavato da un essiccatoio in cui veniva asciugato il riso e le sue temperature davvero elevate consentivano operazioni veloci. Oggi l’area dove prima sorgeva l’edificio destinato alle eliminazione è contrassegnato da una piastra metallica. Si calcola che le vittime siano state all’incirca 5 mila, ma in numero ben maggiore sono stati i prigionieri e i “rastrellati” nella risiera. Dopo l’arrivo degli alleati lo stabilimento divenne un punto di raccolta profughi e solo nel 1965 la risiera di dichiarata monumento nazionale.
Matilde