La soluzione finale del problema ebraico

Gli ebrei, nel progetto di Adolf Hitler, erano un problema, perché “inquinavano” la supremazia razziale tedesca. Infatti erano reputati da Hitler al di sotto degli zingari e degli slavi; secondo lui, l’unico modo per risolvere il problema ebraico rimaneva solo la distruzione totale, questa prende il nome di “soluzione finale del problema ebraico”. Già nel 1939, in Polonia, durante l’occupazione tedesca, le SS, aiutate dai Polacchi antisemiti, assassinarono 250000 ebrei. Nello stesso anno nella Francia collaborazionista e in Italia vennero divulgate le leggi razziali. Altri 700000 ebrei furono sterminati durante l’attacco dell’asse “RO-BER-TO” alla Russia. Però, Hitler, capendo che non poteva eliminare tutta la popolazione ebraica con questo sistema, incaricò l’alto ufficiale delle SS Adolf Eichmann di provvedere alla soluzione finale. Egli pensò di concentrare l’intera popolazione ebraica in determinate zone della città dette “ghetti”. Inoltre gli ebrei, per farsi riconoscere, dovevano portare una grande stella gialla con sei punte sugli abiti. I ghetti erano delle città nelle città, gli abitanti erano ridotti in schiavitù, così intorno ad essi nacquero attività produttive, nelle quali gli ebrei lavoravano per un salario molto ridotto. Il più grande di questi ghetti era quello di Varsavia, che arrivò a comprendere 150000 abitanti. Nel 1943 i nazisti, volendo liquidarlo, impiegarono ventidue giorni per la sua espugnazione. L’eliminazione fisica di tutte quelle persone era un’impresa mai tentata né progettata prima. Gli ebrei dovevano essere catturati, reclusi nei ghetti, poi in campi di raccolta, infine avviati nei campi di sterminio, con la massima rapidità ed efficienza. Per i Nazisti questo progetto fu un grande sforzo, perché per tutto il periodo di reclusione, della concertazione, dell’attesa, milioni di persone dovevano essere nutrite (minimamente), vestite, trasportate, alloggiate e sorvegliate da personale addestrato appositamente. Vennero allestititi grandi campi di sterminio, dotati di baracche, circondati da filo spinato, equipaggiati di camere a gas e forni crematori. I prigionieri  sopravvissuti al viaggio, venivano picchiati selvaggiamente per distruggerne ogni forma di reazione, poi venivamo spogliati, rasati e avviati per la selezione medica, che decideva chi dovesse morire subito e chi fosse destinato a lavorare prima di morire. Quando giungeva il proprio turno si veniva accompagnati alle docce , dalle quali veniva versato non acqua, ma acido cianidrico, un gas letale che uccideva in pochi secondi. Gli ebrei costituivano la maggioranza nei lager, ma erano presenti anche zingari, omosessuali e dissidenti politici. I campi più famosi sono Auschwitz, Dachau, Mauthausen. Dagli ebrei le SS ricavavano tutto quello che poteva essere riutilizzato: vestiti, gioielli e denaro. Nei campi alla soppressione fisica venne raggiunta e perseguita con accanimento la degradazione morale; si è constatato che la coscienza umana non regge un’esperienza così devastante. Pochissimi, in percentuale, uscirono vivi dai lager nazisti: meno dell’1% e tra i sopravvissuti il suicidio è stato frequente. Questi avvenimenti costituiscono delle lacune insuperabili della riflessione storica: come è stato possibile? Questa domanda ha attraversato per decenni la cultura del XX secolo e una tragica consapevolezza si è instaurata nella mente degli uomini: ciò che è accaduto un giorno potrebbe avvenire ancora.

Nadir

Soluzione finale e non solo

Antonia Arslan: un'armena in Italia... e nel mondo

Antonia Arslan è una studiosa e scrittrice italiana, la cui famiglia è di origine armena. La discendenza dal popolo armeno viene da lei rivendicata con orgoglio: la lingua, la poesia, il paesaggio incredibile, la cucina buonissima... Il popolo armeno ha subito il primo genocidio di massa del XX secolo. È stato massacrato dai Turchi per ragioni etniche e religiose. Gli Armeni non sono musulmani, ma cristiani, anzi sono fra i primi popoli ad essersi convertiti al Cristianesimo, loro che vivevano ai piedi del monte Ararat (luogo di biblica memoria), oggi in Turchia. La strage degli Armeni non ha ancora trovato una collocazione adeguata nei libri di storia, vittima della moderna smemoratezza e, troppo spesso, del revisionismo storico. A ciò si aggiunge il silenzio imposto dalla Turchia sull’argomento, che tanto l’ha vista protestare, anche sul piano diplomatico, allorché la Francia di recente ha approvato delle leggi di condanna per chiunque neghi l’olocausto armeno. Antonia Arslan nel suo libro "La masseria delle allodole" (2004), da cui i fratelli Taviani hanno tratto un film molto toccante, ha ripreso questo tema. La masseria delle allodole, che dovrebbe essere un luogo di rifugio per alcuni Armeni, diviene il luogo del loro supplizio. Solo le femmine armene vengono salvate dai rastrellamenti dei Turchi, ma per essere violentate. E’ un dato di fatto che molti Turchi sanno ancora oggi di avere la nonna armena, ma solo di recente hanno cominciato a parlarne. Ha detto la Arslan in più interviste che la Turchia deve cominciare a fare i conti con il suo passato, viste le sue aspirazioni di entrare a far parte dell’Unione Europea. La memoria in Antonia Arslan scaturisce dai ricordi di famiglia prima ancora che dai libri. Per esempio i cimeli della zia Henriette: un vecchio disco, delle foto... alla fine arrivano anche i libri. Le poesie di Daniel Varujan, che aveva insegnato a Venezia, e che era morto nel genocidio, segnano una svolta, dando alla Arslan la forza di raccontare, non più per se stessa o per pochi congiunti o amici, ma per tutti. In Varujan si trova la vera cultura armena, la vita di campagna con gli odori e i profumi della terra. La memoria del genocidio si chiama "Metz Yeghèrn", cioè "Grande Male", e ricorre il 24 Aprile. Il libro della Arslan ha contribuito alla sua trasmissione ai posteri, per questo ha vinto il Premio Campiello e, dopo esser stato tradotto in molte lingue, è riuscito ad essere finalista al Los Angeles Times Book Prize. Due furono i genocidi armeni: il primo degli anni 1894-1896, il secondo degli anni 1915-1916. Nel premio perirono più di 50.000 Armeni. Gli Armeni volevano l’indipendenza, o per lo meno l’autonomia, dall’Impero dei Turchi Ottomani, e in questo loro progetto erano sostenuti dai Russi, con i quali avevano affinità religiosa (Russia e Armeni sono entrambi cristiani). Il governo dei Turchi Ottomani reagì sobillando contro gli Armeni la minoranza curda. Turchi e Curdi insieme fecero immani stragi di Armeni. Il secondo massacro fu scatenato ancora una volta dall’alleanza russo-armena. Gli Armeni venivano inoltre appoggiati dalla Francia. Il governo cosiddetto dei "Giovani Turchi", erede dell’Impero Ottomano, trucidò all’inizio gran parte degli intellettuali armeni presenti in tutto il territorio turco. Nelle cosiddette "marce della morte" morirono migliaia di Armeni. Le operazioni dell’esercito turco erano visionare e sostenute dalla Germania, storico alleato della Turchia. Il massacro del 1915 viene considerato dagli storici il primo genocidio moderno di cui si mette in evidenza la programmazione di tipo "scientifico" delle esecuzioni. La Turchia di oggi non può continuare a passare sotto silenzio quei tragici eventi. Deve chiarirli a se stessa ancor prima che agli altri, se vuole avviare un cammino di pieno rispetto dei diritti fondamentali dell’uomo.

Raffaello

70 ANNI DALLA SOLUZIONE FINALE

Settanta anni fa l'uomo si macchiò della decisione più atroce e inverosimile della sua storia, precisamente il 20 gennaio del 1942. Solamente quindici uomini si sedettero intorno a un tavolo per programmare l'uccisione di più di 11 milioni di ebrei, o più precisamente di uomini, perché tali furono, proprio come loro che, spero "inconsapevoli" di ciò che stavano per fare, decretarono la "Endlosung der Juderfrage", la "Soluzione finale della questione ebraica". «Nel corso della soluzione finale - è scritto nel Protocollo della riunione di cui furono redatte 30 copie - gli ebrei saranno instradati, sotto appropriata sorveglianza, verso l'Est, al fine di utilizzare il loro lavoro. Saranno separati in base al sesso. Quelli in grado di lavorare saranno condotti in grosse colonne nelle regioni di grandi lavori per costruire strade, e senza dubbio un grande numero morirà per selezione naturale. Coloro che resteranno, che certo saranno gli elementi più forti, dovranno essere trattati di conseguenza, perché rappresentano una selezione naturale, la cui liberazione dovrà essere considerata come la cellula germinale di un nuovo sviluppo ebraico». Parole chiare, le cui conseguenze neppure Adolf Eichmann, uno dei 15 uomini di Wannsee autore della riunione, ebbe il coraggio di minimizzare davanti al giudice di Gerusalemme che lo interrogava nel 1962 sui contenuti della Conferenza: «Si parlò di uccisioni, di eliminazione e di sterminio...», rispose. È inutile parlare della scelta in sé, in quanto non è nemmeno lontanamente comprensibile; ma è necessario ricordare ciò che questa ha comportato e non cascare nuovamente in un errore che di umano ha ben poco. Settanta anni sembrano tanti, eppure sono molto pochi. Ora, nel 2012, capaci di capire l'orrore di ciò che è stato, riteniamo che tale cosa sia impossibile da ripetere, e diamo al ricordo un significato simbolico. È proprio qui che sbagliamo. Celebrare il "ricordo" non basta, perché implica che il nostro cervello funzioni solo in determinate circostante, e questo non va bene. Faremmo, se ci pensiamo, proprio ciò che quelle quindici persone hanno fatto: non ragionare e non rendersi conto di ciò che è, di ciò che può accadere. Se la storia è magistra vitae, come i Romani ci insegnavano, allora bisogna portare con noi questo ricordo, ogni giorno e in ogni minuto, anche inconsapevolmente. La Endlosung der Juderfrage non ha solo segnato la vita di undici milioni di persone, compresi i familiari, ma ha segnato la vita di un'intera razza, unica, ovvero, speriamo che questa volta sia capito, quella "umana". È bene ricordare, quindi, e tenere sempre presente ciò che la nostra mente può macchinare, non bisogna strumentalizzare l'accaduto. Questo perché errare è umano, ed è un errore stesso ritenere irripetibile tale disastro, in quanto "ciò che non deve essere fatto" si cela nei meandri della nostra mente, e può uscire fuori, come è già accaduto. Memento et vive quomodo historia docuit.

Alessio

70 ANNI DI VUOTO

Spesso parliamo dell’Olocausto, il famoso genocidio compiuto dai nazisti iniziato esattamente settanta anni fa, come il più grande e crudele crimine contro l’umanità, dopo il quale non ne è esistito nessuno tanto abominevole… ma sarà veramente così? Basta pensare, infatti, ai numerosi genocidi avvenuti dopo quello concluso durante la Seconda Guerra Mondiale che, nonostante siano stati crudeli quanto il primo, non hanno avuto la stessa attenzione mediatica. Genocidi perpetrati nel mondo, come quello avvenuto in Cambogia, nel quale sono morte più di sette milioni di persone tra il 1975 e il 1979, quello di Srebrenica, in Bosnia, nel 1995, considerato uno degli stermini di massa più sanguinosi avvenuti in Europa dalla fine della Seconda Guerra Mondiale (nel quale sono morte più di ottomila persone), ma anche quello degli Istriani (ovvero gli abitanti italiani dell’Istria, dei quali venne completamente rimossa la presenza nella regione). Apprendendo questi dati ci si può giustamente chiedere come mai i media hanno trascurato avvenimenti così tragici per l’umanità. È comunque importante ricordare che questi massacri non possono e non devono essere ignorati perché, seguendo la definizione stabilita dall’ONU, sono genocidi “tutti gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso” ed è quindi giusto che facciano parte della nostra memoria collettiva. Se, invece, si continuerà a pensare che quelle tragedie non siano mai accadute, oppure ad ignorarle, l’umanità non potrà mai correggere una volta per tutte i propri errori e inevitabilmente ci imbatteremo in che commette “crimini contro l’umanità”. Solamente così non ci lasceremo alle spalle settanta anni di vuoto.

Pierangelo