Intervista a Rosetta Loy
“NOI SIAMO LA NOSTRA MEMORIA”
Roma, 14/03/2012
Quale reazione ricorda di aver avuto sentendosi impotente davanti a volti conosciuti “diversi da lei” e per questo perseguitati e uccisi?
Purtroppo nessuna, perché ero troppo piccola e non sapevo assolutamente nulla di quanto mi accadeva intorno. Andavo a scuola dalle suore francesi dove restavo fino alle sei di sera e le leggi razziali non erano mai menzionate. E in casa i genitori non ne parlavano mai con noi bambini. Nella Parola ebreo racconto proprio la mia prima impressione su questa parola nel momento che ho capito che indicava qualcosa di diverso, grazie a una ragazza tedesca (la mia governante) che forse invece qualche idea in proposito l’aveva, e non proprio giusta. Quello che mi aveva colpito era la circoncisione, un “taglio” nella carne, anche se non sapevo assolutamente cosa venisse tagliato.
Si è sentita fortunata o in colpa per non esser stata ebrea?
Certamente fortunata. Non in colpa, intanto perché al momento delle leggi razziali avevo solo sette anni. Se fossi stata più adulta, sarebbe stato sicuramente diverso.
Appartenendo ad una famiglia cattolica, come ricorda dalla Sua angolazione di bambina la figura di Papa Pio XII, che in più di un'occasione espresse simpatia per la Germania?
In casa il Papa era venerato come un santo. E così a scuola dalle suore, sembrava quasi un essere divino. Io ricordo che quando siamo andati con tutta la scuola in udienza privata da Pio XII, sarà stato il 1940 o 1941, forse per il caldo o per la lunga attesa, quando Pio XII è arrivato mi è apparso come circondato da un alone surreale mentre il rosario chiuso in una bustina che ha posato tra le mie mani rappresentava un dono supremo.
Quale immagine ricorda dei suoi amici ebrei con i quali ha trascorso, finché ha potuto, il Suo tempo e condiviso esperienze?
Credo di averlo descritto nella Parola ebreo ma anche in un altro piccolo libro, Ahi Paloma, uscito da Einaudi nel 2003, dove racconto l’estate del 1943 a Brusson, e parlo di un amico ebreo delle mie sorelle.
Qual è stata la vera spinta a documentarsi in modo così minuzioso sui fatti accaduti durante l'antisemitismo e a scrivere questo libro?
Forse Il diario di Anna Frank, dove Anna era in tutto e per tutto simile a me: identica bicicletta, identico il nastro dei capelli, i calzini, tutto uguale… anche se aveva un paio d’anni di più.
È stato facile adattarsi alle leggi razziali del '38, quando le discriminazioni non riguardavano direttamente la Sua famiglia?
Le leggi razziali non hanno minimamente sfiorato la mia vita, è difficile capirlo oggi, con noi bambini non se ne parlava. Io non sapevo neanche cosa significassero, e se coglievo qualche parola al volo su questo argomento fra i miei genitori, non ne afferravo il senso. O lo legavo a quella antica colpa degli ebrei che quando Ponzio Pilato gli aveva chiesto se scegliere fra Gesù e Barabba, avevano gridato: Barabba, Barabba!...
Qual è l'immagine più commovente e indelebile nella Sua mente di quegli anni?
Quella che descrivo ne La parola ebreo: la signora Della Seta che regge in mano il piatto con la spigola per noi bambini, il giorno del nostro trasloco. Si è fissata per sempre nella mia mente e nel mio cuore.
Quale importanza dà al recupero della memoria nel percorso della vita di una persona?
Mah… Noi siamo la nostra memoria. La memoria è un bagaglio che ci portiamo appresso e si arricchisce di continuo, anche se può diventare sempre più invadente. La memoria ci fa capire il presente, ricordare ci aiuta a cercare di intuire il futuro, a individuare, a volte, la strada che dobbiamo percorrere per “capire”. Ma la memoria può anche farci perdonare chi abbiamo di fronte, tirandoci via dalla rabbia del momento.
Perché il titolo “La parola Ebreo” e non “L’uomo Ebreo”?
Perché la grande discriminante era la parola “ebreo”. Uomini, donne, bambini, neonati, italiani, tedeschi, russi o polacchi…
Si ricorda quale sentimento ha provato verso i Suoi genitori quando hanno dovuto accettare le leggi?
No, l’ho già detto prima.
Un suo giudizio su Hitler e Mussolini: pensa che siano solamente loro i colpevoli dello sterminio degli ebrei?
Assolutamente no. Hitler non avrebbe mai potuto pianificare e realizzare lo sterminio degli ebrei in maniera così perfetta se non avesse avuto degli straordinari collaboratori in patria e nei paesi alleati o dove entravano da vincitori le sue truppe. Così anche Mussolini, ha avuto la collaborazione attiva di molti fascisti e quella di molti profittatori.
Pensa che le persone che hanno vissuto il trauma dei campi di concentramento abbiano qualcosa in più rispetto agli altri?
Quello che hanno dovuto subire gli ebrei è qualcosa di assolutamente unico nella storia. È stata la planetarietà e l’efficienza straordinaria nella realizzazione del judenrein che ne decreta la sua unicità. È qualcosa sulla quale dobbiamo ancora interrogarci perché le risposte non sono mai state esaurienti. Una eliminazione totale pianificata nel momento in cui l’Europa sembrava avere raggiunto il punto più alto della sua civiltà, e la Germania in particolare, il centro vitale del nostro pensiero filosofico.
Edoardo