Recensioni di libri

Il sole non è più rosso di Luigi Melai

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario”. Cosi recitava Primo Levi: conoscere, quindi, è un dovere, e Il sole non è più rosso si propone proprio questo: tramandare la memoria di un periodo storico segnato da eventi tragici: il periodo del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale. Se, poi, la memoria ci proviene direttamente da una fonte diretta, quale Luigi Melai, non si può non rimanere colpiti dal contenuto del libro. Scritto dal nipote di Luigi, tramite tutti i racconti del nonno, Il sole non è più rosso ripercorre le varie tappe della vita di un normale uomo del comune di Monopoli, rimaste estremamente impresse nella mente del suo narratore: iniziando con l’infanzia, per poi passare al Fascismo e al tragico momento nei campi di lavoro, fino ad arrivare ad un lieto ritorno a casa. Vita di un uomo, quindi, come noi, ma forse non troppo: fattori culturali e tragici ne segnano il corso della vita, e la loro memoria è proprio raccontata nel libro; memoria contro cui troppo spesso la nostra società si manifesta schizofrenica, incoerente e ipocrita. Con la lettura, infarcita di immagini interessanti aderenti al racconto, forse ci sentiremo persone migliori: conosceremo fatti diretti, ma, in particolar modo, capiremo quanta importanza ci portiamo sulle spalle: dobbiamo valorizzare la nostra democrazia e salvaguardare l’unità nazionale, alla cui base ci sono storie proprio come quella di Luigi Melai, dove uomini hanno combattuto e sofferto per il nostro presente.

Alessio

L'amico ritrovato di Fred Uhlman

L’amico ritrovato è un racconto autobiografico che Fred Uhlman non scrive in prima persona: egli crea dei personaggi in cui si immedesima per raccontare un episodio molto significativo della sua vita, facendo così vivere al lettore la propria storia. La storia è ambientata negli anni Trenta del secolo scorso: due sedicenni, amici per la pelle, sono costretti a separarsi a causa dell’entrata in vigore delle leggi razziali. Un’amicizia, che è cresciuta sempre di più ed è diventata ogni giorno sempre più profonda, all’improvviso viene interrotta; Hans, il ragazzo ebreo, è costretto a scappare in America e a lasciare il suo migliore amico, Konradin, in Germania. Konradin e la sua famiglia credevano in Hitler e avevano fiducia in lui. Hans in America matura e comincia una nuova vita e riesce a superare il trauma di un’infanzia infelice; studia e diventa un avvocato di fama e trent’anni dopo riceve una lettera da cui scopre che in realtà Konradin non lo ha mai abbandonato. Il modo in cui si ritrovano, dopo l’enorme lasso di tempo trascorso, è veramente commovente. Il tema fondamentale del libro è l’amicizia, da non intendere come conoscenza occasionale di persone che si trovano per forza di cose a vivere insieme un periodo della vita, come gli studenti tra i banchi di scuola, ma come componente  fondamentale della vita, come valore universale che deve unire le persone e portarle a mettere in comune ogni cosa, dalle proprie convinzioni ai propri affetti al rispetto reciproco. Questo libro dimostra che una vera amicizia non potrà mai essere spezzata né dalle leggi contro gli Ebrei né tanto meno dalle ideologie di Hitler. La paura del diverso c’è anche in Konradin, il quale però ha la capacità di superarla. La possibilità di avere un interlocutore per parlare, per scambiare idee e sensazioni vince su tutto il resto. E poi c’è la grande passione della loro vita, passione di adolescenti che cominciano ad interessarsi al mondo: la numismatica, con le implicazioni sulla storia, la geografia, ma anche l’amore per l’arte che questa branca del collezionismo racchiude. Il libro, pur nella sua brevità, è capace di lasciare un messaggio ben chiaro. Pur ancorato sulla storia della persecuzione nazista, va però oltre. Parla di tutte le divisioni e lacerazioni che purtroppo la vita ha sempre in serbo, e che soltanto chi riesce a superare in nome di ideali superiori quanto universali fa la differenza. Il messaggio del libro viene così eternato: va al di là della storia e concerne non più l’ebraismo, non più l’arianesimo, ma l’umanità nella sua interezza. L’atto di Konradin scoperto alla fine è dovuto anch’esso ad un’amicizia mescolata ad un radicato senso della giustizia. Il fatto è che Konradin darebbe anche la vita per un amico, e così è. La ricongiunzione avviene senza incontri, soltanto dall’apprendere che un amico si è sacrificato per l’altro, e quindi non lo ha dimenticato.

Raffaello

Riflessioni su La parola ebreo di Rosetta Loy

Oggigiorno quando pensiamo al genocidio compiuto nei confronti degli Ebrei, immediatamente, ci vengano in mente immagini strazianti, ancora dolorose, disumane; pensiamo ai campi di concentramento, alle torture, al freddo a cui i deportati erano sottoposti, alla crudeltà delle SS, alla semplicità con cui uomini diventavano cose, animali, bestie da picchiare. Purtroppo, però, tutto ciò, era solo la parte finale di un lungo processo che iniziava con il distacco dalle  proprie abitudini, dalla propria vita, dalle persone amate; ciò che era stato fino al giorno prima possibile, dopo la venuta del nazismo, per gli Ebrei, diventava impossibile. Per la maggior parte degli Ebrei i campi di concentramento rappresentavano soltanto il posto in cui andavano a morire perché ormai, una volta giunti lí, avevano già perso tutte le dignità che caratterizzano un uomo, erano divenuti numeri, solo e soltanto numeri, nient’altro. A detta di molti, questi luoghi e ciò che vi veniva fatto all’interno portavano l’Ebreo ad abbandonare ogni speranza; ma se riflettiamo bene, in quei momenti, quali speranze potevano rimanere nei loro cuori? Probabilmente nessuna, quegli uomini erano già perduti poiché quando un uomo arriva a sognare il suicidio, tanto non ha più nulla a cui attaccarsi, vuol dire che è veramente la fine. Giunti ad Auschwitz, Dachau, Mauthausen, gli Ebrei erano già "nudi", sapevano già ciò a cui sarebbero andati incontro; perciò, quando penso al dolore provato da questi uomini, la prima cosa che mi viene in mente non sono le atrocità subite nei campi, ma il lungo percorso che hanno dovuto affrontare prima di morire; quello stesso percorso che li ha portati dalla casa in cui vivevano, dove avevano rapporti con chiunque, al campo. È assurdo pensare come un uomo possa vedere nella morte la migliore via d’uscita dalla vita; ecco, fa male a dirlo ma la morte era forse l’ultima speranza rimasta agli Ebrei; rappresentava la fine del dolore a cui erano stati sottoposti sin dal primo giorno. Credo che, al di là del dolore fisico, le cose che hanno distrutto veramente questi uomini siano state le umiliazioni che hanno dovuto subire. Una mamma poteva resistere alle botte, ma crollava quando impotente si vedeva togliere la cosa più cara, la propria figlia; quando si vedeva portar via la propria famiglia. Lo stesso accadeva per un padre; poteva resistere alle torture del campo, tanto aveva già perso la sua dignità nel momento in cui le SS gli avevano portato via la moglie, magari dopo aver anche abusato di lei. Prima di tutto gli Ebrei erano annientati come persone, poi ciò che restava di loro, il corpo, era definitivamente cancellato dai campi. “La parola Ebreo" non si concentra tanto sugli aspetti più crudi della vicenda, non racconta le pene, le fatiche a cui gli Ebrei erano sottoposti; ma Rosetta Loy racconta come le cose intorno a lei cambiavano; l’amica (Ebrea), compagna di giochi fino a poco tempo prima, diventava la straniera da evitare, dalla quale stare alla larga. E perché? Solo perché era Ebrea. Delle parole della Loy, ciò che mi ha più colpito è il fatto che quegli Ebrei iniziavano a vergognarsi del proprio nome, poiché qualcun altro li additava, incolpandoli di cose che in realtà non avevano mai fatto. La Loy ci dice che coloro che, come i Della Seta, non volevano accettare ciò, non si vergognavano, e quindi non scappavano in tempo, morivano ancor più brutalmente poiché fino in fondo avevano mantenuto la speranza che qualcosa sarebbe potuto cambiare e che quel loro nome Ebreo potesse finalmente tornare ad essere una parola "normale" e non una condanna a morte, un peso da sostenere. Anche loro, però, hanno perso ogni speranza nel momento in cui la pura realtà li aveva colpiti, nel momento in cui le SS avevano bussato alla loro porta. Il libro mi ha fatto molto riflettere anche su un altro aspetto: l’indifferenza di molti. La Loy cita il nome di Pio XII; ma quanti altri ve ne sono stati. Come molte grandi tragedie si è cercato di trovare un unico colpevole, che molti hanno visto in Adolf Hitler. Quell’uomo era un genio folle, che per qualche motivo, ancora sconosciuto, aveva trovato la realizzazione della sua vita in quello che è stato il più grande genocidio della storia del mondo. Ma non prendiamoci in giro, non si può pensare che sia stato lui da solo ad architettare tutto ciò; vi erano dietro alte persone folli tanto quanto lui, se non di più, che nell’appoggiare il Führer, realizzavano i propri desideri, che avevano come scopo uccidere il prossimo. Hitler è stato il leader, ma quanti altri sono stati come lui. Non dico certo, però, che Hitler sia stata una vittima (direi una bestemmia). Ma la sua mancanza totale di moralità, di umanità e la sua pazzia assoluta hanno trovato un grosso appoggio in quelle carogne delle SS; molte delle quali, scappate dopo la fine della guerra, hanno vissuto fino a poco tempo fa senza rimorsi per ciò che avevano fatto. Bestie, codardi e bastardi: questi sono stati molti di loro, fino in fondo. Hitler si è tolto la vita, e spero, o almeno mi auguro, che questa sua scelta non sia stata dettata dal fatto che, se lo avessero preso, lo avrebbero ucciso come un cane, ma da un pentimento avuto  in fin di vita. È difficile da pensare, ma io ci voglio credere, perché è impossibile che un uomo faccia così tanto del male, provochi la morte di così tante persone e non provi alcun rimorso. Detto ciò, io non perdonerò mai né Hitler, né le SS, né tanto meno la crudeltà e l’indifferenza di molti; solo Dio può farlo, ma... io non sono Dio.

Edoardo

Se questo è un uomo di Primo Levi

Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici;

Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un si o per un no

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.

Considerate, meditate, scolpitele, ripetetele.

Questi quattro imperativi contengono la sintesi del bellissimo libro di Primo Levi. Considerato senza riflettere Se questo è un uomo è veramente difficile. L’uomo che arriva nel lager è un uomo già in principio considerato abbietto poiché ebreo, la sua vita dipenderà unicamente dalla sua utilità. A lui sarà negato e portato via tutto. Sarà un uomo esposto al freddo, alla fame più acuta, alla sporcizia, all’umiliazione, gli sarà negata la sua intimità, un numero tatuato sul braccio lo distinguerà, neanche il suo nome sarà più necessario. Sarà un uomo che laverà le sue membra dolenti in acqua sporca. Imparerà a rubare per sopravvivere, e le frustate degli aguzzini, alla fine, saranno meglio della fatica che lo annienta, che lo trasfigura, che lo uccise. La fatica è tanta, che parlare, pensare e ricordare diventano esercizi impossibili a uomini così tanto provati. E poi il tormento della fame occupa completamente la mente. Consideriamo se questo è un uomo. Se è un uomo colui che usa la sua razione di cibo per un nuovo spago (una vera ricchezza nel campo) o un nuovo bottone. È un uomo questo che con zoccoli diversi tra loro è costretto a marciare nel fango, nella neve e sul ghiaccio. È forse un uomo questo completamente rasato, denutrito, piagato e difterico, con un pigiama di tela a righe e zoccoli di legno, sporco, puzzolente e scheletrico, senza nessuna espressione, occhi spenti, bocca chiusa e cervello violentato? Un uomo che dorme su tavole di legno facendo i propri bisogni in un grande secchio comune (che poi a turno tutti dovranno svuotare). È forse un uomo quello che solo durante un occasionale passaggio in infermeria riesce, nell’attimo di sospensione dagli obblighi del campo, a domandarsi che cosa è diventato, al livello di disumanizzazione raggiunto? Ecco allora perché diventa comunque importante, al di là di tutte le atrocità, continuare a lavarsi nell’acqua sporca (che certo non porta nessun beneficio) affinché in questo gesto vi sia un residuo di vitalità, un po’ di vita “normale”. E anche dare il lucido alle scarpe diverrà necessario, non tanto perché obbligati dagli aguzzini, ma per la propria dignità e per non dimenticare il senso della proprietà. A questi uomini niente è concesso, niente è permesso, loro possono solo negare il proprio consenso. È il sergente austro-ungarico Steinlauf, prigioniero anche lui ad Auschwitz, a dire queste parole al giovane chimico Levi. Ed è proprio in queste parole che riconosco agli ebrei della Shoah l’unica possibilità concessagli, l’unico riscatto possibile. Sei milioni di uomini, donne e bambini offesi e violentati e infine passati per i camini prendono consistenza. Il loro pensieri si possono leggere, arriva il tepore dei loro sentimenti. Ecco che tutti coloro che hanno violentato, picchiato e sterminato, gli aguzzini e tutti gli inumani di questa “Grande Germania” impazzita e degenerata… Più di così non possono. Il tentativo di annientare, di cancellare questo popolo eterno si ferma davanti al pensiero, che resta, nonostante tutto, libero e imprendibile. Levi si chiede se è un uomo colui che condivide per inerzia, fame, dolore e per stanchezza un letto con un morto. Penso di sì, anche questo è un uomo. Un uomo sul baratro, o forse addirittura precipitato al fondo, ma è la sua dignità che lo ha salvato. Paradossalmente il suo obbedire, la sua educazione, la sua umanità. È la dignità che ha sconfitto la “Grande Germania”: la dignità di altri. È su queste considerazioni che dobbiamo meditare. Il ricordo dovrà diventare obbligo e bisogno. Adesso e per sempre l’uomo dovrà avere una necessità in più; la necessità di ricordare. Ricordare ciò che un uomo può fare ad un altro uomo. Ricordare affinché non succeda più. Ricordare per insegnare e tramandare il senso della vita. Scolpite queste parole nei vostri cuori e nelle vostre menti. Ripetete all’infinito che cosa può succedere se la follia umana non si ferma in tempo. Adesso abbiamo l’obbligo del ricordo. Solo così anche noi saremo uomini e donne dignitosi; solo così nessuno mai si dovrà chiedere più se questo è un uomo. Bello, ma atroce nel contenuto, il libro ci racconta, anche se non nel dettaglio, il soggiorno di Primo Levi nel lager di Auschwitz. È una fine e dolorosa lettura della Shoah, vista da un uomo intelligente, che mai si lascia trascinare dal rancore più abbietto. Un grande spirito, un’attenta e dolorosa ricostruzione di uno degli episodi inenarrabili del nostro tempo. La tragedia degli ebrei segnerà per sempre questo grande intellettuale, lo affamerà del bisogno di raccontare; di raccontare a tutti cosa è successo. Ma ciò non sarà sufficiente ad alleggerire il suo cuore e la sua anima. Il ricordo, il bisogno di ricordare lo consegneranno alla morte. L’11 aprile del 1987 primo Levi si suiciderà, fermando così per sempre l’atroce film dei ricordi, tanto pesanti e tragici da doverli, almeno per un attimo, sospendere.

Matilde