INTERVISTA AL PROFESSOR LUIGI GIUNTINI,

Internato Militare Italiano (307101)

 

Com’è iniziata la sua prigionia?

Credo che sia utile che io, per prima cosa, vi dica quello che conoscevo della situazione politico militare in quei giorni. Sapevo che gli Alleati erano sbarcati in Sicilia, l’avevano occupata e, infine, erano riusciti ad invadere la Calabria e le Puglie. Essendo in servizio presso la Squadriglia di volo con sede nel piccolo Aeroporto di Boscomantico, situato a pochi chilometri da Verona le notizie che vi giungevano erano poche ed in ritardo di qualche giorno. Ad esempio, quando il 25 Luglio 1943 cadde il governo Mussolini e, quindi, il fascismo, lo seppi alcuni giorni dopo. Eppure quello fu, dal punto di vista storico-politico, un fatto di mondiale importanza. Trascorsero da quel drammatico 25 Luglio altri quarantacinque giorni, quando giunse, improvviso e, naturalmente, inaspettato, l’8 Settembre e, cioè, l’armistizio. Nel tardo pomeriggio di questo giorno il mio aeroporto diventò quasi un parco di divertimenti. Tutto il personale correva e gridava: “ La guerra è finita, andiamo a casa!”. A giustificare tutta quella euforia vennero alla palazzina comando, dove io stavo, alcuni miei compagni, i quali allegri e contenti, mi dissero che il generale Badoglio aveva firmato l’armistizio con gli Alleati. Ciò era stato comunicato dallo stesso generale attraverso la radio. Sbalordito e molto impressionato da questa notizia, dissi ai miei amici che c’era da temere una reazione da parte dei tedeschi dei quali eravamo alleati fino dal 1939, all’ epoca del famoso Patto d’Acciaio. E questa prevedibile reazione si verificò durante la notte dall’ 8 al 9 Settembre. I tedeschi bombardarono il mio aeroporto. Io e il mio fedelissimo amico, essendo nella palazzina comando e, quindi, molto lontani dalle camerate, per proteggerci da quell’ attacco, ci rifugiammo in un bosco vicino. Molto dura fu per noi due quella notte ma ancor più dura fu quell’alba, perché dovemmo riflettere per decidere se dovevamo rientrare in aeroporto o fuggire. Fuggire, pensavamo, potevamo essere considerati disertori, rientrare alla nostra palazzina comando, poteva essere certo il rischio di essere fatti prigionieri dai tedeschi, nel caso che essi avessero occupato l’aeroporto. Dopo molto pensare, decidemmo di rientrare. Verso la metà della mattinata accadde quello che temevo. I tedeschi occuparono l’aeroporto e mi catturarono insieme ad avieri e militari di tutte le armi, che si erano rifugiati in aeroporto durante la notte. Trascuro di descrivere quello che accadde nel magazzino e nelle camerate dell’aeroporto (Lato Parona): una specie di tabula rasa. Presentendo che i nazisti ci avrebbero internati in Germania (come nei giorni successivi si verificò) tutti i soldati cercavano di rifornirsi di generi alimentari e di panni pesanti.

Nel pomeriggio dello stesso giorno fummo portati su autocarri a Verona e rinchiusi (il verbo è giusto) nella caserma del V Lancieri in cui, le macerie, che vi trovavamo, testimoniavano che, durante la notte passata, si era combattuto contro i tedeschi.

Il giorno dopo, 10 settembre, fummo tutti adunati nell’enorme piazza d’armi della caserma. In noi quella mattina contrastavano due previsioni, di cui una era augurale e l’altra ferale. Questa era la diffusa psicosi: o i tedeschi ci mandano a casa o ci fucilano tutti perché badogliani.  A chiarire il nostro futuro ci pensò un ufficiale tedesco che ritto su di una camionetta, avendo a fianco un milite della Milizia, cominciò a parlare senza essere compreso. Pochi tra noi potevano conoscere il tedesco. Ma il milite si alzò e tradusse ciò che l’ufficiale aveva detto. Egli c’informò che il re era fuggito insieme al generale Badoglio e ad alti ufficiali dello Stato maggiore. A causa di ciò noi potevamo considerarci sciolti dal giuramento. Infine concluse con questi due aut aut: si faccia avanti chi di voi sceglie di continuare a combattere con il nazifascismo, se così non accetterà, deve considerarsi prigioniero. Soltanto tre soldati, in mezzo a questi tremila, si fecero avanti. Il resto rispose con un sepolcrale silenzio. Esso voleva dire che con i tedeschi noi non avremmo mai di nuovo combattuto. Ma il tentativo di arruolarci si ripeté il giorno dopo, quando il colonnello italiano, comandante della caserma, su ordine dei tedeschi, ci ripeté lo stesso aut aut. Allora noi rispondemmo no al primo e sì al secondo aut. Allora i tedeschi, dopo alcuni giorni, ci portarono alla Stazione di Porta Nuova ci caricarono su carri bestiame. Quindi partimmo per la Germania (via Tarvisio). Incredibili le pene, che io e i miei compagni soffrimmo durante questo viaggio. Nel vagone eravamo in cinquantotto quando, secondo la regola militare, dovevamo essercene quaranta, Stretti come acciughe in un barile impossibile descrivere ciò che dovevamo inventare quando erano impellenti certi bisogni fisiologici. Dopo circa tre giorni quel tremendo viaggio finì perché, di notte, giungemmo ad un grande campo di concentramento che, poi lo sapemmo, ero lo STAMMLAGER III B DI FÜRSTENBERG AM ODER.

Dopo aver ultrasintetizzato questi primi giorni di prigionia, procederò, tenendo lo stesso metodo.

 

Dove e come fu alloggiato?

Per circa un mese dormii sul freddo pavimento di una baracca che (pur costruita in muratura) avrebbe dovuto contenere circa ottocento soldati, i tedeschi ce ne alloggiarono duemila. Sui castelli di legno, preposti per contenere tre soldati, ve ne stavano invece sei e, (talvolta anche nove) allora essi dovevano dormire sempre di fianco e, naturalmente, non su materassi ma su dure assi di legno. La baracca aveva anche due grandi stufe di terracotta ma erano eternamente spente. Preoccupante era anche andare al bagno o a lavarsi al mattino. Senza asciugamano (avevo uno straccio) senza sapone in mezzo a centinaia di soldati davanti a cinque o sei cannelle funzionanti e con le scarpe immerse in circa dieci centimetri d’acqua perché, intasate le fogne, l’acqua non defluiva normalmente. Altre fonti di rischio (per furti vari) erano la disinfestazione dei vestiti, il bagno, l’iniezione (non so se antitifica o anticolerica) e il vaiolo, ultima pena (non posso citarne altre per brevità) la rivista al corredo. Meglio sarebbe dire che i tedeschi, addetti ai bisogni, erano soltanto degli occhiuti rapinatori del nostro misero corredo. Non posso specificare quello che mi tolsero, l’ho scritto però sul mio diario. Ricordo invece che riuscii a salvare la catenina d’oro della mia mamma e l’orologio del mio babbo perché, dopo averli avvolti in un fazzoletto, li rimpiattai nelle mutande. Rammento ancora che in questo Stammlager i nazisti tentarono altre due volte di trascinarci dalla loro parte. La prima proposta fu fatta da un signore di mezza età, probabilmente un dirigente fascista si stanza a Berlino egli parlò a tutti i prigionieri italiani, lì relegati, questa volta eravamo su quello spiazzo molte migliaia insieme ad alti ufficiali. L’invito ebbe lo stesso risultato: un sepolcrale silenzio, che significava “nessuna collaborazione”. L’ultimo tentativo che subii fu bene organizzato perché teso ad intimorirci personalmente. Questo lo scenario. Fu vuotata un baracca, fu messa al centro di essa un tavolino, dietro il quale c’erano un ufficiale tedesco ed un ufficiale italiano, che aveva aderito alla Repubblica di Salò. Ognuno di noi soldati italiani (eravamo duemila) doveva presentarsi, solo, dinanzi a quei due ufficiali, salutare militarmente e dire sì o no se si desiderava combattere col nazifascismo. Nessuno, a quello che seppi alla fine di quella impegnativa scelta, accettò. Per la quarta volta desiderammo la prigionia alla guerra.
 

Qual era la vita nel grande Lager?

Due erano, ma ciò penso doveva accadere ovunque nei Lager tedeschi in quel tempo, le operazioni deprimenti fino alla disperazione e alla follia: l’Appello e la distribuzione del rancio.
L’Appello si svolgeva generalmente così: adunata di tutti i militari della baracca su di uno apposito spazio e con qualunque tempo: pioggia, grandine, neve, tramontana non spaventavano certo i tedeschi, sempre ben protetti da uniformi e impermeabili. L’orario era immancabilmente alle ore nove. Dovevamo essere inquadrati di fronte e in fila per cinque. Di solito ci contava un sergente anziano. Fino a quando non gli tornava il conto era capace di tenerci anche due ore a soffrire su quello spazio, malvestiti e mal calzati come eravamo. Stesso tormento era l’attesa del rancio verso mezzogiorno: che consisteva soltanto in una ramaiolata di “suppe”, una specie di acqua verdastra in cui navigavano pezzi di rapa semicruda e qualche foglia sfilacciata di cavolo. Delle tanto desiderate patate neppure l’odore. Identica disperazione alla sera allorché, dopo un infinito attendere, ci venivano distribuiti: duecento grammi di pane, molliccio e insipido (ignoti i suoi ingredienti) un cucchiaio di zucchero, un cucchiaio di marmellata e, infine, un dado di rancida margarina.

La tremenda odissea dei trasferimenti

Essi erano un’altra pena difficile da comprendere. Fortunati quelli che non li hanno mai sperimentati nella Germania nazista. Continuiamo: verso la fine di Ottobre 1943 fui trasferito in un Arbeitskommando (Comando di lavoro) a Sorau nella Lusazia. Oggi quella città ha cambiato nome e fa parte del territorio nazionale polacco. In questa, per me tristissima città, la mia vita cambiò ma in peggio. Non cambiò la mia scarsissima alimentazione, simile a quella di Fürstenberg, con l’aggravante che qui dovevo lavorare circa dieci ore al giorno e, in più, fare dal Lager al posto di lavoro circa novanta chilometri tra l’andata e il ritorno. Il mio lavoro in quei giorni fu quello di tessitore in una piccola fabbrica. Meglio dovrei dire imparai quasi a fare il tessitore ad un telaio meccanico. Trascorse quasi un mese poi, dovetti con altri venti compagni, ritornare nel vecchio e primitivo Stammalager. Rimasi qui pochi giorni, quindi di nuovo in viaggio per ignota destinazione. Dopo un viaggio tremendo di due giorni, affamati e quasi assiderati, scendemmo ad una stazione che, poi sapemmo, si chiamava Bad Sulza. Vissi nel fango, nella neve e in mezzo a soldati affetti da malattie di ogni genere nella orrenda tendopoli di Bad Sulza. Il caso, la fortuna, il destino, la provvidenza volle che in questo inferno all’aria aperta restassi pochi giorni. Tra gli ultimi di Novembre e i primi di Dicembre 1943 fui, dopo un lungo viaggio in mezzo alla neve e al ghiaccio, giunsi in un nuovo campo di lavoro a Schlettwein nei pressi di Pöessneck, una cittadina, dove poi andai a lavorare, della Turingia, regione, che si trova nel centro della Germania. Assegnato a questo campo di lavoro sono rimasto fino quasi alla fine di agosto del 1944. Questi furono per me altri mesi di duro lavoro e molto vario. Ebbi perciò molte occasioni di lavorare insieme a civili tedeschi, sia uomini che donne. Il mio rapporto con loro, di cui ho lungamente parlato nel mio diario, furono mutevoli. Mutismo quasi assoluto sull’andamento della guerra e del regime nazista. Una parola maldetta o malintesa poteva meritare il campo di concentramento o la morte. Come ho accennato più sopra verso la fine di Agosto 1944 subii, e questo fu il più duro che avessi fino ad allora provato, un nuovo trasferimento ad altro comando di lavoro, e come se non fosse bastato dovetti lasciare i miei dodici amici più cari. Tutti quelli che erano con me a Shlettweinn (come in tutti i campi di lavoro della Germania, per un accordo tra Hitler e Mussolini) passarono civili. Questo mutamento non fu concesso a chi fosse appartenuto alla aeronautica italiana. Perciò io, insieme ad altri quattro avieri, fui destinato ad un campo di lavoro, da non augurarsi neppure al peggiore dei nostri aguzzini nazisti quello di Unterwellenborn, presso la Maximilianhütte Press Werk. Nei reparti di questo enorme stabilimento dove per mesi soffrii le pene dell’inferno, venivano costruiti migliaia di proiettili. Questo, l’ho già accennato, fu la mia più dolorosa esperienza in terra tedesca. Rinuncio, per brevità, a descrivervi quello che furono per me il lavoro, la fame, il freddo, gli allarmi infiniti, sapendo di avere due rifugi antiaerei scarsamente efficienti perché costruiti in caverne melmose, strette e basse, coperte, come protezione da 3 o 4 metri di terra. Bastava una bomba di medio calibro per farci morire la sotto come topi. Anche qui fortuna o caso volle che questa mostruosa fabbrica non venisse mai bombardata. Per impedirne il lavoro bastò che gli aerei alleati rendessero con poche bombe inutilizzabile la centrale elettrica, che forniva energia a tutti i reparti. Prima di essere liberati si era sparsa la voce tra tutti gli operai stranieri, e anch’io ne ero venuto a conoscenza, che i nazisti avrebbero potuto o avvelenarci tutti con il rancio o bloccare durante un allarme, l’unica via di uscita di ognuno dei rifugi-caverna era per mezzo di esplosioni. Le cose, meno male, per tutti noi, non andarono come temevamo, infatti la notte tra il 13 e il 14 Aprile 1945 eclissatisi tutti i dirigenti ed operai tedeschi, ci liberarono le truppe americane della III Armata, al comando del generale Patton.

 

Questo è il sunto dei sunti di quella che fu la mia esperienza nella Germania nazista.

Letizia